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All'indomani dell'annessione al Regno d'Italia nel 1870, Roma è sottoposta ad un rapido processo di adeguamento urbanistico alle funzioni di capitale politica e morale del Regno, che determina la radicale trasformazione (e spesso la scomparsa) di vaste aree della città medievale e moderna, ritenute non confacenti alla dignità del nuovo ruolo.
Il primato politico e istituzionale imprime una nuova spinta alla città, permettendole di entrare nel rango delle capitali europee e tornare a crescere socialmente, demograficamente ed economicamente.
Sorgono in questo periodo i nuovi quartieri umbertini, come i Prati di Castello, con grandi strade ispirate al modello parigino che suddividono il tessuto urbano in lunghe prospettive rettilinee, e zone destinate a strutture di servizio, come il Mattatoio e il Policlinico. Una notevole attenzione, ispirata al concetto del decoro e della monumentalità, ricevono anche le aree archeologiche come il Foro romano e la Passeggiata Archeologica, oggetto di scavi e restauri. Anche il Tevere muta fisionomia con la ristrutturazione "ingegneristica" delle sue sponde: sorgono i muraglioni che ne arginano il corso prevenendo le inondazioni e i nuovi ponti che collegano le due parti della città.
Il processo di trasformazione, che dura per oltre quaranta anni, si conclude negli anni successivi all'inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II (1911) - impresa che segna l'apice delle tendenze di gusto dell'epoca - e alla Grande Guerra, allorché inizia a manifestarsi una rinnovata coscienza dei valori storico-ambientali e la necessità di un riassetto complessivo della situazione urbanistica della città.
Elementi che però troveranno reale attuazione solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
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